Regia Arciconfraternita di Serra San Bruno
L’Arciconfraternita dell’Addolorata di Serra S. Bruno tra XIX e XX secolo. Forme dell’associazionismo religioso e pietà popolare PDF Stampa E-mail
Scritto da Tonino Ceravolo   

1. Le Origini

2. Statuti confraternali e vita associativa                                                      

3. Testimonianze di vita “economica” 

4. La carità verso i morti

5. L’Addolorata nel contesto confraternale ed ecclesiale locale

 

1. Le origini

     Il ruolo delle Confraternite laicali come luoghi dell’associazionismo religioso nel passato lontano e nella storia recente è sicuramente cosa ben nota. Sviluppatesi con finalità di diffusione delle pratiche religiose e di incremento delle devozioni, “teatro” dei riti cristiani della sepoltura, centri propulsori delle opere di misericordia, le Confraternite hanno segnato la storia dell’Italia religiosa subendo, nel corso del tempo, significative trasformazioni che ne hanno profondamente mutato i caratteri originari (1). Il caso dell’Arciconfraternita di Maria SS. dei Sette Dolori di Serra S. Bruno ha una sua indubbia specificità perché collocato in un contesto fortemente segnato dalla presenza del sacro, sia per le numerose manifestazioni della religiosità popolare sia per la testimonianza, “alta” e silenziosa, proveniente dalla Certosa di S. Stefano del Bosco.    

     Non è, peraltro, cosa semplice tracciare un profilo attendibile dell’Arciconfraternita dell’Addolorata di Serra S. Bruno giacché ciò significa, innanzitutto, dover “fare i conti” con il silenzio dei documenti che avvolge periodi importanti della sua storia. Tra il 1694, l’anno della fondazione, e la prima metà dell’Ottocento solo poche “carte” riescono a dare voce alle vicende della Congrega, testimonianze troppo isolate che lasciano emergere una storia in frammenti, piccole “oasi” di memoria disseminate nell’ampio “deserto” della dimenticanza. Certo, affiorano date, eventi, uomini e vicende, ma intere zone rimangono escluse, si sottraggono al racconto, abitano lo spazio vuoto della non-storia. Basterebbe scorrere l’inventario dei documenti d’archivio per vedere misurata, come meglio non si potrebbe, l’estensione e la vastità di tale silenzio. Nessun reperto documentale tra il 1694 e circa la prima metà del XVIII secolo; poche le testimonianze databili tra metà Settecento e metà Ottocento: i fogli pergamenacei dei Capitoli di fondazione (1766); un Registro dei conti dal 1810 al 1836; un Libro dei fratelli arrolati cominciato nel 1813, ma che contiene i nomi dei confratelli, secondo l’anno di professione, a partire dal 1738, “il tutto ricavato da Manualetti antichi” (2); un Decreto di Pio VII sulle indulgenze ai confratelli (1805) e due copie di Decreti di Leone XII (1824); un documento proveniente dal Vicario vescovile di Gerace; alcuni Registri di esazione compresi tra il 1830 e il 1841; un testo con gli “stabilimenti tra la Chiesa Matrice di Serra e l’Ausiliatrice di Spinetto”.

     Le circostanze stesse della fondazione originaria dell’Arciconfraternita rimangono pressoché avvolte nel buio, se tutto quello che si sa è che essa è scaturita - come informa una fonte epigrafica presente nella chiesa del sodalizio - dall’opera missionaria del cappuccino Padre Antonio da Olivadi, a cui è dovuta l’istituzione di questa Congregazione laicale. Una figura di rilievo nella storia religiosa della Calabria in età moderna quella del beato Antonio da Olivadi, propagatore instancabile, tramite un’intensa attività di predicazione, delle devozioni alla passione di Gesù e all’Addolorata e religioso dal severo stile di vita ascetico, “con se stesso quasi crudele, per le rigorosissime penitenze” secondo le parole di un testo agiografico dedicato ad un altro eminente missionario cappuccino (3). Al suo nome sono legate la diffusione del culto dell’Addolorata, oltre che a Serra, nella provincia di Cosenza (per la quale fu eletto Provinciale del suo Ordine il 20 gennaio 1698), la fondazione dell’ospizio della Madonna del Pianto a Campotenese, la pubblicazione di libri quali l’Anno doloroso, overo meditationi sopra la vita dolorosa di Giesu Christo Signor Nostro, per tutti li giorni dell’Anno (Napoli, presso Nicolò Valerio Stampatore, 1709)e l’Anno doloroso di Maria, ovvero Meditationi sopra la sua Dolorosa Vita distribuite per tutti li giorni dell’Anno (Napoli, Felice Mosca, 1712, ma la prima edizione è del 1698) (4). Decisivi per la presenza a Serra del missionario cappuccino furono, a quanto sembra, i rapporti intrattenuti con la Certosa di S. Stefano del Bosco, presso la quale si recò per “ragionare” con i novizi durante dei loro esercizi spirituali (5) e con cui si mantenne in consuetudine fino all’ora della sua morte: “Nel poi 1720 nel Mese di Gennaro chiamato da don Francesco Socira all’ora Priore di S. Stefano del Bosco per conferirli alcuni suoi bisogni spirituali, a Galesso si portò fin alla torre di Catanzaro, e d’ivi con la barca fino al casino detto lo Cici, luogo dÈ PP. Certosini: nella qual partenza di Simero, licenziatosi da’ Frati li disse che veniva a morire in Squillace (...)”  (6)

     Bisognerebbe, peraltro, evidenziare come Serra, anche nei decenni antecedenti la fondazione dell’Arciconfraternita dell’Addolorata, abbia avuto una sua significativa storia religiosa, nella quale la presenza di comunità laicali e di luoghi pii è riscontrabile, limitatamente ad alcune epoche, con sicura precisione. Ne danno testimonianza la relazione e i relativi decreti della Visita apostolica che Mons. Andrea Perbenedetti, vescovo di Venosa, effettuò presso il monastero certosino, nel paese di Serra e nei territori sottoposti alla giurisdizione della Certosa a partire dalla seconda metà di luglio del 1629. Nella chiesa parrocchiale di S. Biagio l’illustre prelato visitò la comunità del Santissimo Sacramento; quella di Santa Maria delle Nevi, al cui altare era annesso un Monte di Pietà che aveva la funzione di far celebrare delle messe in suffragio dell’anima dei propri aderenti in misura proporzionale alla quantità degli oboli versati in vita; quella del Santissimo Rosario, caratterizzata dall’uso di abiti di sacco, bianchi e col rocchetto nero (7). Altre comunità del Santissimo Sacramento e del Santissimo Rosario il vescovo venusino ebbe modo di trovare nella chiesa parrocchiale di Spadola, paese che ospitava nella chiesa di San Nicola anche una comunità laicale col medesimo titolo (8). Dell’esistenza di una congregazione laicale “chiamata del popolo”, eretta nella chiesa di S. Giovanni a Serra e certamente presente nel Settecento, siamo, peraltro, informati da una lettera del priore certosino Dom Pietro Paolo Arturi conservata nell’Archivio di Stato di Napoli (9). Ciò vuol dire che allorquando la confraternita di Maria SS. dei Sette Dolori cominciava il suo cammino andava ad “innestarsi” su un terreno nel quale la partecipazione dei laici serresi alla vita della Chiesa era già un dato acquisito, ma, tuttavia, la presenza di un nucleo significativo di altre comunità laicali lasciava ugualmente spazio per la diffusione popolare di nuove devozioni e, in particolare, di quella devozione mariana che a Serra troverà altri momenti degni di rilievo nel duplice culto (nel quartiere di Terravecchia e in quello di Spinetto) dell’Assunzione della Vergine.

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2. Statuti confraternali e vita associativa

     Nella storia dell’Arciconfraternita dell’Addolorata alcuni momenti vanno riconosciuti per il loro ruolo quasi “fondante”: il 1721, epoca in cui cominciò la costruzione della chiesa; l’8 settembre 1754, data della sua consacrazione; il 1775, l’anno del fulmine che colpì il sacro edificio costringendo a rifarne il frontespizio (10). Fondamentale, in tale quadro, è la data del 3 settembre 1766, quando i confratelli inviarono a Ferdinando IV di Borbone la richiesta per il riconoscimento giuridico, accompagnandola con le regole che gli aderenti alla Confraternita avrebbero dovuto osservare. Il primo dicembre dello stesso anno Ferdinando IV ne promulgava i Capitoli di fondazione (insieme con quelli dell’Assunta), consentendo alla Congrega di poter svolgere le sue attività in campo sociale, caritativo e assistenziale. In ciò non va, naturalmente, vista alcuna particolarità locale, alcun segno specifico di distinzione, se è vero, al contrario, che trova pure nel microcosmo urbano serrese piena conferma un dato che è stato osservato nel contesto più generale delle forme di organizzazione della pietà popolare nel Mezzogiorno italiano: “Le confraternite si erano sviluppate come enti collaterali della parrocchia con compiti di manutenzione degli edifici sacri, di promozione della vita religiosa, di propagazione della dottrina cristiana, di mutua assistenza, di beneficenza - ha scritto Laura Barletta - (...) Erano espressive di una società, in cui i vincoli di solidarietà, attraverso la religione, si estendevano all’ambiente artigiano e a tutti coloro che nei centri rurali gravitavano intorno al notabilato e nei centri urbani intorno alle principali famiglie nobili e borghesi” (11).

     Dalla lettura dei Capitoli di fondazione si può vedere bene quale fosse la fisionomia iniziale della Confraternita: mantenere il culto divino, porgere il proprio servizio a Maria Vergine Addolorata, esercitare l’umiltà, l’amore e la carità con tutti e, specialmente, tra confratelli “senza punto di precedenza, gara e distinzione, ma di una stessa volontà” (12). Di non minore interesse sono altri elementi sullo stato della Confraternita colti al momento di questo suo riconoscimento ufficiale. Sembra, per esempio, opportuno segnalare quanto previsto al capitolo II delle Regole, sotto il titolo “Delle Feste, Processioni ed esequie di nostra Congregazione”, laddove i diversi paragrafi forniscono un quadro molto preciso delle devozioni e degli obblighi dei confratelli. Il paragrafo I affianca alla festività dell’Addolorata, da celebrarsi “con ogni solennità e divota pompa”, quelle del Santissimo Rosario, del Corpo di Cristo e del protettore S. Biagio, “sempre coll’accompagnamento di processioni, le quali far si devono inviolabilmente anche in tempo delle Rogazioni”. Il paragrafo II stabilisce la foggia e l’uso dell’abito, “che dev’essere bianco a modo di sacco, ed in forma di penitenti e col rocchetto nero (...), col quale dovranno i fratelli tutti intervenire all’accompagnamento delle processioni (...) ed anco in caso di esequie”. I paragrafi III, IV e V fissano i doveri di partecipazione alla vita religiosa della Congregazione, coronati dall’obbligo alla confessione e alla comunione ogni prima e terza domenica del mese (13).

     Ad una sorta di sistema di “equilibrio”, riguardo al ruolo e alla funzione dei dignitari, è improntato il capitolo IV: al Priore - che veniva eletto il 26 dicembre e durava in carica un solo anno-   “spetta il Governo Universale della Congregazione”, l’imposizione delle mortificazioni verso i confratelli manchevoli, la vigilanza riguardo al rispetto dei doveri degli associati; il Tesoriere, nominato dal Priore e dai Consultori (che concorrono pure alla nomina degli Ufficiali minori), dovrà essere “(...) persona proba e facoltosa per cautela di nostra Congregazione”; i Razionali, addetti alla “visura” dei conti della Confraternita, non dovranno appartenere al sodalizio, evidentemente per evitare di incorrere nella discutibile figura del controllore-controllato. Da non trascurare, anche per la controversia che agli inizi del Novecento ne deriverà con il vescovo di Squillace, il paragrafo X del capitolo V, secondo il quale “per la direzione Spirituale di nostra Congregazione dovrà, a nomina del Priore, con maggioranza dei voti segreti dei fratelli eliggersi un probo e zelante Confessore, per Padre Spirituale (...), il quale sarà amovibile ad nutum dei fratelli stessi”. Tale padre dovrà celebrare, sermocinare, esortare e “fare ogni altro, che la nuda e semplice spiritualità riguarda, senza punto potersi ingerire nella temporalità della Congregazione”.  

     Meno di un secolo dopo, lo zelo e la costanza dei confratelli, sostenuti dal contributo delle autorità religiose e civili, otterranno il risultato di far dichiarare, da papa Pio IX, la Vergine dei Sette Dolori protettrice del paese di Serra, con la contemporanea concessione dell’ “ottava” nella festa di settembre, in precedenza rifiutata sia da Leone XII che da Gregorio XVI, come documentano le testimonianze riportate nella Platea della Chiesa Matrice di Serra (14).

     In una “lettera postulatoria” il vescovo di Gerace, diocesi nella quale Serra si trovava incardinata dai primi anni dell’Ottocento per effetto della soppressione della Diocesi Nullius certosina (15), scriveva all’indirizzo del Pontefice:

 Beatissimo Padre. La popolazione del Comune di Serra S. Bruno di questa Diocesi, animata da calda divozione verso Maria SS. sotto l’augusto Titolo dei Sette Dolori, rassegnò il suo Desiderio alla Maestà del suo Sovrano, di aversi dichiarata Protettrice la Gran Madre di Dio, che già venera nell’adorato Mistero. Il Religiosissimo Re ammettendo le Suppliche, si degnò di favorevolmente rescrivere con la sua Sovrana Annuenza = Ora il Clero del Comune interprete della Pietà di quei Fedeli interessa l’animo mio Pastorale a supplicare V.S. di volersi degnare nella grandezza del suo Paterno Cuore compire i desiderj comuni, e concedere il Rito di p.ma Classe colla Ottava Privilegiata nella Terza Domenica di Settembre stabilito a Festa: Elevare a Festa di doppio Precetto, e dichiarar di p.ma Classe il Venerdì di Passione. Ed accordare che nelle Litanie Lauretane si potesse aggiungere: Regina Septem Dolorum Protectrix nostra = Ed io dividendo con quel Clero e Popolo i sentimenti di religiosa pietà porto le mie suppliche a pié della S.V. implorandone la Grazia delle dimande (...) (16).

 

     Alla lettera del vescovo facevano seguito una delibera del Decurionato di Serra (24 giugno 1850), una sessione capitolare del clero serrese (1 luglio 1850), un attestato dell’arciprete Michele Regio comprovante la non esistenza sul territorio di Case religiose (16 luglio 1850), non essendo ancora ripristinata la Certosa di S. Stefano del Bosco (17). Il 21 aprile del 1853 Papa Pio IX confermava il rescritto della Sacra Congregazione, che prevedeva “parere favorevole per quanto riguarda la Elevazione; e per la Festa da celebrarsi nella Terza Domenica di Settembre con l’Ottava, ma non privilegiata” (18). Di questo importante evento per la storia dell’Arciconfraternita esiste una precisa traccia pure nei Libri dei conti, custoditi nell’archivio del sodalizio, nei quali vennero diligentemente annotate le spese fatte “per ottenere la Protettrice”. Il rendiconto del 1850 riporta un totale di ducati 36,21 impiegati soprattutto per spese di spedizione, a Gerace e a Napoli, delle lettere riguardanti la questione in parola, ma serba traccia pure di una piccola uscita di 64 grana “per quattro rotoli di mostacciuoli mandati in Catanzaro per sollecitare la spedizione delle carte”; a 19 ducati ammontano le spese, sempre relative all’invio o al ricevimento di documenti, del 1852; 40 sono, infine, i ducati spesi nel 1853 a Roma “onde ottenere il Decreto emanato dalla Sacra Congregazione di riti (...) con cui è stata dichiarata la nostra Augusta Titolare Protettrice, e Principale Padrona della Città”, ai quali vanno aggiunti i 21 ducati del triduo festivo, indetto per celebrare il solenne avvenimento (19).

     La felice conclusione di questa vicenda ci consente di collocare questa “piccola” storia serrese nel più ampio quadro della storia religiosa del meridione italiano, nella quale la figura della Madonna occupa un posto di grande rilievo, se è vero che in esso sono stati rinvenuti 290 casi complessivi di patronato mariano (20). Circostanza che è da leggersi parallelamente all’altra, sottolineata da Giuseppe Galasso, del predominio calabrese nella “geografia” del patronato mariano (97 casi sui 290 complessivi), con 5 casi di patronato calabrese affidato all’Addolorata su un totale di 8 casi in tutto il Mezzogiorno (21).

     La storia “istituzionale” dell’Arciconfraternita dell’Addolorata di Serra non sarebbe, tuttavia, completa se si dovesse dimenticare come, tra Otto e Novecento, in un’epoca di ben definito radicamento nel contesto civile e religioso del paese, sia stato, al tempo stesso, avviato un ripensamento di talune modalità organizzative della vita della congrega che condurrà a modificare più volte il regolamento degli associati (leggibile nella sua redazione del 1910 pure in un’edizione a stampa) (22), in un clima di significativo dibattito che spingerà uno dei confratelli - l’ex priore Giuseppe M. Pisani - a paventare il rischio di una soppressione del sodalizio, o di un più severo controllo da parte della “sorveglianza governativa”, qualora esso fosse rimasto ancorato rigidamente alla ratio degli statuti di fondazione “che si occupano esclusivamente di ascetica spiritualità” (23).  

     Con lo Statuto emanato l’8 dicembre del 1931 dal vescovo di Squillace Mons. Giovanni Fiorentini, che con successivo Decreto del primo gennaio 1932 la dichiarava “canonicamente riconosciuta e confermata”, l’arciconfraternita dell’Addolorata trovava il proprio punto di riferimento essenziale per la sua condotta negli anni a venire. I compiti degli iscritti delineati da questo Statuto fanno ben scorgere i segni che il tempo storico lascia sulle istituzioni umane, in particolare laddove vengono richiamati “il dovuto rispetto dell’autorità costituita” e “il favorire in tutti i suoi rami l’Azione cattolica”, che si trovano a convivere con le finalità, sicuramente più specifiche, di promuovere il culto della protettrice e di praticare la carità fraterna secondo il Vangelo. Ma lo Statuto di Mons. Fiorentini è da leggere anche per altri elementi che offre alla riflessione. I confratelli “sono obbligati ad intervenire alle funzioni della Confraternita nei giorni festivi ed occupare il posto che loro è dovuto per ragioni di carica o di anzianità. Dovranno esercitarsi in tutti gli atti di religione e di pietà cristiana e nelle preghiere comuni; soddisfare al Precetto Pasquale; confessarsi e comunicarsi nelle maggiori solennità dell’anno e specialmente nel giorno festivo della Titolare. Dovranno inoltre intervenire alle processioni consuete e deliberate dalla Confraternita, vestiti dell’insegne che porta la medesima e subire le multe stabilite in caso di assenza (...); intervenire alle adunate ordinarie e straordinarie canonicamente indette” (cap. IV, art. 12). A questa rete di “obblighi” corrisponde, com’è scontato attendersi, un sistema di punizioni, che rende cogente quanto previsto all’articolo 12 sanzionandone le violazioni tramite la sospensione dal sodalizio: “È passibile di sospensione - recita l’articolo 39, cap. IX - chi si permette di turbare in modo alcuno l’ordine e la serenità delle adunanze, chi con atti e parole sconvenienti viola il decoro delle sacre funzioni e delle Processioni in genere; chi omette la soddisfazione del Precetto Pasquale e del doppio precetto festivo, come anche chi manifesta sentimenti poco cristiani specie se non frequenta i SS. Sacramenti (...)”. Il passaggio dalla semplice sospensione alla pena più grave dell’espulsione va accuratamente sottolineato giacché documenta come, più ancora che le “infrazioni” contro i doveri religiosi, potessero diventare determinanti alcune tipologie negative del comportamento pubblico, tanto che esse riguardassero la sfera extra-giuridica della moralità quanto nel caso di reati penali racchiudibili dentro l’indeterminata, ma con ogni probabilità socialmente riconoscibile, categoria assiologica dell’infamia: “Determina l’espulsione - è previsto nel successivo articolo 40 - a) l’incorreggibilità dopo la terza sospensione b) l’abituale e pubblica ubbriachezza e bestemmia c) la condanna per reati infamanti da parte dell’autorità penale d) l’iscrizione a società contrarie alla Chiesa, giusto il Can. 693”.

     Troviamo, qui, in opera un dispositivo di disciplinamento dei comportamenti degli associati, che entra in funzione non soltanto quando è questione delle loro relazioni con il pio sodalizio, ma pure come istanza di controllo, di “sorveglianza” e “punizione”, dei più estesi rapporti sociali. Il “governo” (nel caso della semplice sospensione) e l’assemblea della confraternita (quando è in gioco l’eventuale espulsione) sono gli organi deputati a tale controllo, che trova, però, un indispensabile strumento di avvio del dispositivo nelle informazioni e nelle “denunce” della vox populi. È una rete diffusa e capillare che, spontaneamente, svolge un ruolo di supporto alle istituzioni di gestione della congrega in fatto di moralità e di liceità dei comportamenti, laddove l’irrompere della trasgressione potrebbe mettere in forse, pregiudicare, il buon nome e l’integrità dell’associazione. I registri delle deliberazioni della confraternita costituiscono un censimento completo delle infrazioni giudicate, pur se bisogna notare una sproporzione tra diversi periodi e tra i vari priorati che non è da tradurre nei termini di una sorta di istogramma della moralità dei congregati, quanto, piuttosto, da leggere alla luce di una differente sensibilità sociale intorno al peso e alla “pericolosità” di atteggiamenti non sempre allo stesso modo ufficialmente riprovati. Per averne un colpo d’occhio essenziale basta guardare anche a pochi esempi di un solo periodo - nel caso preso in esame precedente alla emanazione dello Statuto di Mons. Fiorentini - che ne documentano la varietà tipologica.

     Nel 1914 il “governo” della confraternita si riunisce, per esempio, per giudicare tre casi: il primo (27 settembre) è quello del confratello F.A. per “(...) la riprovevole condotta tenuta durante la processione nella festa della Titolare, quando egli era vestito di sacco, giacché non solo disubbidì agli ordini dei maestri di cerimonie, ma portò disturbo a tutti i confratelli e mancò di rispetto a 2 degli ex Priori”; il secondo coinvolge il fratello R.A. ed è portato a conoscenza dal priore Alfonso Barillari, il quale fa presente che questi “(...) essendosi ribellato in Chiesa dando pubblico scandalo ai confratelli e sorelle presenti ed essendogli imposto più volte il silenzio dal Priore stesso, al Rosario serale del giorno 2 Novembre, seguitava a dire parole ad alta voce e facendo chiassi anche durante la predica che il Padre Spirituale stava dicendo”, con l’aggravante data dalla recidiva e dall’abitudine del confratello R.A. a recarsi in chiesa “avvinazzato”; il terzo caso riguarda G.B. “(...) dedito alle più esecrande bestemmie dando tanto scandalo alla popolazione perché rivolge titoli nefandi alla nostra Vergine protettrice sotto il quale patrocinio noi militiamo ed essendo lo stesso avvertito dal Padre Spirituale, dall’ex Priore Domenico Raffele e dallo stesso Priore non mostrò di volersi correggere di tanta lingua perversa anzi continua nel suo sistema abbastanza deplorevole”. Il caso discusso il 17 novembre 1918 è interessante, più che per la tipologia dell’infrazione (le continue bestemmie “in pubblica piazza” contro l’Addolorata), per la punizione scelta che non è, come al solito, una sospensione per un periodo determinato dalla Confraternita, ma l’obbligo di indossare durante la funzione mattutina domenicale il vestito di sacco, con la corona di spine sul capo, rimanendo inginocchiato “innanzi all’altare”. L’ultimo caso che vogliamo enucleare, relativo al rifiuto di un confratello di andare per la questua con il cassetto e discusso il 18 ottobre del 1920, va evidenziato non solo perché rimarca quanto valore si assegnasse nell’ambito della confraternita a questa forma di finanziamento (affiancata dalla tassa d’entrata dei confratelli e delle consorelle, dalla “sottocoppa” in chiesa durante la messe, dagli introiti dei Monti, dalla raccolta dei “voti”, soprattutto in denaro, durante le processioni e le feste, da lasciti e donazioni e da piccoli commerci), ma anche perché in tale rifiuto c’è da vedere il venir meno dell’adesione ad una delle pratiche di più forte impatto “simbolico” nell’associazione, che tramite la questua settimanale mantiene costante e visibile la sua presenza nel territorio  (24). La questione del cassetto, peraltro, si situava, per così dire, in un punto di frizione tra la confraternità e le autorità, soprattutto civili, che, talvolta, la assimilavano all’accattonaggio (25) e rappresentava pure un momento di verifica di gerarchie e status sociale all’interno della congrega. Non per caso, ad esaminare i bilanci della confraternita ci si accorge, quando la raccolta di soldi col cassetto è riportata analiticamente, che i più elevati introiti corrispondono spesso ai più alti gradi della gerarchia dei “dignitari” del sodalizio. Così, nel rendiconto del 1896 il priore Francesco Antonio Salerno incassa 125 ducati, il segretario Vincenzo Agostino 107,50 ducati, il primo consultore Giacomo Tedeschi 73 ducati e il secondo consultore poco più di 55 ducati; mentre nel bilancio dell’anno successivo il priore Salvatore Barillari raccoglie 125 ducati, il primo consultore Fioravante Salerno ne riceve 108,50, il secondo consultore Biagio Barillari 76 e il segretarioVincenzo Pelaia 66. Tutti gli altri confratelli in ciascuno dei due anni considerati incassano somme di denaro inferiori, qualche volta di pochissimo, alla cifra più bassa raccolta dai “dignitari” (26). Diventa, per questo, quasi inevitabile servirsi dell’immagine del microcosmo che, da un lato, riflette le strutture del macrocosmo urbano e sociale, ma, dall’altro, può consolidare e ridefinire posizioni di prestigio e “potere” da spendere nel tessuto dei rapporti civili. 

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3. Testimonianze di vita “economica”

     La storia “istituzionale” della Confraternita non può, però, esaurire il nostro campo d’interesse, giacché pure a leggerne superficialmente le testimonianze si incontrano questioni e fenomeni (qui proposti attraverso un campione tematico) sicuramente di una certa rilevanza per una prospettiva di analisi di tipo socio-religioso. Innanzitutto, la stratificazione sociale e culturale dei suoi membri per la quale, limitatamente ad alcuni periodi, è già possibile proporre dei dati abbastanza sicuri, qual è quello ricavato dalle firme dei “supplicanti” inviate a Ferdinando IV nel 1766 per il riconoscimento della Confraternita, da cui risultano, su un totale di 155 sottoscrittori, 91 analfabeti, naturalmente crocesegnati, a fronte di 64 confratelli che sanno apporre la propria firma. Altrettanto significativo è il dato, per quanto riguarda la prima metà del XIX secolo, della composizione sociale dei membri della Congrega, che appare essere medio-alta, almeno in riferimento alla situazione reddituale. È stato, infatti, calcolato, sulla base dei registri d’esazione, per il periodo 1836-1841 che l’89 % degli iscritti viveva decorosamente, poiché versava una somma che variava tra 0,40 e 0,80 ducati; il 7% era benestante e versava una cifra intorno ad un ducato/un ducato e venti; l’1,5 % contribuiva con beni in natura, non possedendo moneta contante, e soltanto il 2,5 %, trovandosi in condizioni di miseria, veniva esonerato dai pagamenti (27).

     Dallo stesso lavoro si ricava la disparità esistente nell’Ottocento tra le spese che la confraternita destinava per la beneficenza e quelle che impiegava per l’allestimento delle feste, sproporzione che, con il passare degli anni e almeno fino a fine secolo, era andata via via crescendo. Nel 1812 vennero devoluti in beneficenza 5,46 ducati contro 20,85 impiegati per le feste; nel 1860 nessuna beneficenza e 248,43 ducati in feste e “complimenti” al clero; nel 1890 ancora nessuna beneficenza e 1248 lire e 80 centesimi in feste e “complimenti” (28). Dalle linee generali di tendenza su base secolare occorre, però, separare alcuni dati significativi che servono a chiarire la natura delle beneficenze e delle altre spese della congrega. Le elemosine ai carcerati sono uno dei dati in cui immediatamente ci imbattiamo (così nel bilancio del 1810 e in quello del 1812), ma troviamo pure versamenti alla cassa della “Pubblica Beneficenza” (1810 e 1814), elemosine ai fratelli bisognosi (1813), fondi “dati alla Comune per la persecuzione dei Briganti” (1811) e denari utilizzati per liberare “un Fratello dai Briganti” (10 ducati spesi il 27 giugno 1826) (29). Da segnalare mi sembra che sia una tipologia di spesa, quella relativa alla escavazione di materiali dalla Certosa di S. Stefano del Bosco danneggiata dal terremoto settecentesco e di frequente sottoposta a spoliazioni di vario tipo nei lunghi anni dell’assenza dei monaci, che documenta la consuetudine a servirsi dei resti delle fabbriche del monastero per l’edilizia tanto ecclesiastica che privata: una “rigalia” ai manovali che si recano nella fondazione bruniana e delle spese per scavare e trasportare marmi e pietre le incontriamo nel conto del 1810; altre spese per trasporto marmi sono presenti nel bilancio del 1820; in quello del 1833 troviamo la dicitura “scavo delle colonne di marmo nero e trasporto dalla Certosa” sotto la voce “esiti per la Custodia” (vale a dire il Ciborio fanzaghiano originariamente nella chiesa del monastero e poi rimontato nell’Addolorata con alcune modifiche rispetto all’impianto primitivo) (30); come ancora di pietra e marmo si parla nelle “uscite” del bilancio del 1834. Si ha, così, una ulteriore e non certo inattesa testimonianza di come la Certosa abbia “contribuito”, dopo il terremoto e la sua successiva chiusura dovuta alla legge bonapartista di soppressione dei conventi del febbraio 1807, all’architettura ecclesiastica serrese sia con notevoli opere d’arte che con materiali più “vili”.

     Un’altra tipologia di spese sicuramente da evidenziare è quella indirizzata agli artisti locali, che prestarono la propria opera, alcuni essendo anche confratelli del sodalizio, per abbellire e rendere sempre più ricca la chiesa. I nomi di Venanzio e Stefano Pisani, di Vincenzo Zaffino, di Giuseppe M. Pisani - per limitarci ad alcuni esempi - insieme con la presenza, talvolta anche anonima, di uomini che, secondo le scritture dei libri dei conti, lavorarono alla “fabbrica della Congregazione”, si adoperarono alla costruzione delle due botteghelle laterali alla chiesa, attesero al restauro del Ciborio di Fanzago (e qui troviamo un pagamento di lire 50 “ad Alfonzo Scrivo per manodopera”), intervennero sul frontespizio del tempio, raccontano la storia di una chiesa che tra la fine del XVIII secolo e il XIX secolo sarebbe assurta a episodio fondamentale del tardo-barocco calabrese (31). Senz’altro di grande rilievo - come è evidente da quanto già detto - sono, infine, da considerare le spese sostenute in occasione delle feste e in particolare nella ricorrenza di settembre della festività della protettrice Maria SS. dei Sette Dolori. Un resoconto analitico dell’impegno finanziario legato a questa celebrazione esulerebbe dai limiti della presente nota, ma per averne un’idea sufficientemente chiara basta anche considerare la diversificazione delle spese richieste dall’organizzazione della festività settembrina. Infatti, se si scorrono i bilanci della confraternita ci si accorge immediatamente del ricorrere annuale di alcune voci stabili di “uscite”. Intanto l’aspetto ludico: “castello”, girandole, folgori, giganti, “maschi”, il viaggio degli artificieri, il corriere a Soriano o a Pizzo per la polvere da sparo. Poi, le musiche: i ducati o le lire alla banda, ai tamburi (di Caridà, di Brognaturo, di Mammola, ecc.), al violinista, alle zampogne (soprattutto di Fabrizia), all’organista, a chi tira il mantice per far funzionare l’organo. Ancora, le cibarie: la carne (si veda il bilancio del 1815) al panegirista, al vicario, al padre spirituale, agli organisti, ai confessori, al cappellano, al sagrestano, ai chierici; rosolio e confetti tutti i giorni della festa - secondo il rendiconto del 1819 - “formagio e complimenti alli sacerdoti; café e dulci alli Celibranti; frutti alli Sagristani; vino alli stessi in più ricotta”. Infine: gli emolumenti ai muratori, ai fabbri, ai falegnami, per fare e disfare le suppellettili della festa; le “rigalie” ai questuanti e ai portatori della “bara” con la statua dell’Addolorata; le spese per le immaginette da distribuire nella processione, per l’olio per accendere i lumi sulla facciata della chiesa, per la carta da parati per l’addobbo del palco della musica, per rotoli di corda. Senza trascurare l’impegno economico, peraltro tranne qualche eccezione poco gravoso, connesso alle molte altre ricorrenze alle quali la confraternita, in un modo o nell’altro, dava il proprio contributo: la Quaresima, il Corpus Domini, la festa dell’Assunta, quella di San Rocco, di Sant’Anna, di San Biagio, il giorno del Rosario e dei morti, la festa di ringraziamento per lo scampato pericolo del fulmine.

     Tuttavia, rispetto a questo quadro orientato soprattutto verso tipologie di spesa legate alla conservazione/abbellimento della chiesa e all’effettuazione delle feste annuali, il XX secolo registra una importante inversione di tendenza, non tanto perché occasionalmente la congrega dà dei fondi in beneficenza (così avviene nel 1909 per i terremotati di Reggio e Messina e nel 1948, su richiesta del sindaco di Serra, per i disoccupati), ma soprattutto in quanto viene creata nel 1908, durante il priorato di Vincenzo Agostino, una cassa di soccorso finanziata con un versamento ordinario annuale della cassa della confraternita, con le elemosine “raccolte in apposito cassetto”, con lasciti e donativi e avente lo scopo - come riportato nel suo Statuto - “ (...) di soccorrere i Fratelli e le Sorelle vecchi od ammalati poveri, con sussidi in denaro, temporanei o vitalizi, con alimenti, vestiarî, abitazioni, cure, medicinali ed assistenza nelle malattie e con quanto altro occorrerà per alleviare le loro sofferenze” (32). È il segno di una sensibilità per il “sociale” - anche se un “sociale” limitato ai membri del sodalizio - che, però, non è da porre in alternativa o in opposizione alla mentalità che riconosce alla festa il ruolo di momento culmine e apice della vita annuale della confraternita, bensì come qualcosa che la affianca e non la elimina, la integra senza abolirla.

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4. La carità verso i morti

     Un quadro di storia socio-religiosa di una confraternita non può, a questo punto, trascurare uno degli aspetti essenziali che hanno contrassegnato, fin dal medioevo, la vita di tali istituzioni nel più generale contesto italiano ed europeo. Quando anche non si voglia accogliere integralmente la definizione di Philippe Ariès delle confraternite laicali come “istituzioni della morte” (33), risulta, tuttavia, innegabile che il problema del trapasso e dell’aldilà sia stato al centro delle preoccupazioni di queste associazioni, che nella gestione di tale rito di passaggio hanno conosciuto una delle loro più tipiche espressioni, quasi al punto d’incrocio tra necessità pratiche e servizio religioso: “Seppellire i morti - ha scritto Philippe Ariès - sul piano della carità, vale quanto dar da mangiare agli affamati, offrire un tetto ai pellegrini, vestire gli ignudi, visitare i malati e i carcerati” (34). Il servizio funebre diventa, così, un’opera di misericordia, che si accosta alle altre all’interno di un modello ispirato alla carità evangelica e che si esplica attraverso occasioni, al tempo stesso, di soccorso materiale e spirituale. In questa prospettiva, Ariès ha ritenuto di individuare tre motivi ai quali l’azione delle confraternite sarebbe corrisposta in Europa tra medioevo ed età moderna: “Il primo è un’assicurazione sull’aldilà: i defunti hanno l’assicurazione delle preghiere dei loro confratelli (...). Il secondo motivo è l’assistenza ai poveri che la loro indigenza priva di qualunque mezzo materiale di conciliarsi gli intercessori spirituali. La sensibilità dell’epoca non si commuove gran che davanti all’alta mortalità, ma non sopporta che i morti siano abbandonati senza preghiere (...). Infine la terza ragione d’essere della confraternita era che assicurava il servizio di pompe funebri della parrocchia” (35).

     Occorre, tuttavia, salvaguardarsi dalla tentazione di appiattire troppo l’intervento e il ruolo delle confraternite nel campo della morte sulla soluzione da esse data ai problemi pratici, peraltro indubbiamente esistenti. Risulta, infatti, chiaro come intorno alla questione della morte sia stata giocata una decisiva “partita” che ha coinvolto religione “ufficiale” e religiosità popolare, in un incontro/scontro di dottrine teologiche e credenze folkloriche che, pure su questo terreno, si sono disputate il primato sulle coscienze. Non per nulla alcune tra le più resistenti “formazioni ideali” con le quali il cristianesimo ha dovuto misurarsi, nella battaglia per la sua affermazione, sono da riferirsi a questo tema, soprattutto laddove esso si è trovato collegato ad un sostrato culturale antichissimo, nutrito di credenze radicate (ne sono un esempio paradigmatico quelle relative ai morti anzitempo, con le relative figure folkloriche - come quella della “caccia selvaggia” - ad esse associate) e di complessi sistemi rituali predisposti per fronteggiare il momento del trapasso e la gestione del morto nell’aldilà (36). In questo preciso snodo va collocata pure l’azione delle confraternite, il cui intervento non può considerarsi limitato dentro i confini di una risposta socialmente utile ad un problema con serie implicazioni pratiche, ma deve essere letto pure alla luce di quella che di fatto diventava - ed è tuttora - una gestione della morte allargata dalla cerchia ristretta dell’ambito familiare al più ampio consesso del pio sodalizio, il quale, dal momento dell’ingresso in chiesa della salma, “dettava” e faceva entrare in opera le proprie regole. Peraltro, il rapporto tra la comunità familiare del morto e la congrega non si concludeva col momento dell’inumazione, ma si prolungava quotidianamente con la manutenzione del monumento funebre o del loculo e poteva ulteriormente approfondirsi per il tramite delle messe in suffragio che la famiglia faceva eventualmente celebrare a beneficio dell’anima del defunto.

     L’istituzione del Monte dei morti da parte dell’arciconfraternita dell’Addolorata (1 maggio 1853), la presenza di altri Monti quali quelli della Candela e del Camposanto (che davano diritto alla celebrazione di venticinque messe dopo la morte, il primo, e alla “fondazione di messe, funzioni religiose ed opere di beneficenza” in suffragio degli iscritti, il secondo) (37), i regolamenti stilati a più riprese riguardo ai problemi dei funerali e della sepoltura, “parlano”, appunto, di una costante attenzione verso tale questione, che può considerarsi, a pieno titolo, come uno degli elementi maggiormente caratterizzanti la vita del sodalizio. Di tale attenzione costituisce un significativo documento il discorso del priore della confraternita all’atto dell’istituzione del Monte dei morti, nel quale è evidente l’intreccio tra la preoccupazione per la “cura” spirituale delle anime dei defunti e l’altra preoccupazione per la soluzione decorosa dei problemi di ordine materiale legati alla gestione dei funerali:

 Fratelli amatissimi è certo dover noi morire, e comunque noi all’ombra del patrocinio della Vergine dei Sette Dolori per la quale tutte le grazie per la nostra salvezza dobbiamo attenderci, pure possiamo rimanere debitori di penitenza presso l’alta giustizia di Dio in modo che questa richieda la corrispondente purgazione. Quindi la bisogna di suffragi e preghiere dei ministri dell’altare in terra per calmare lo sdegno di Dio contro le anime nostre. I nostri padri allorché formarono le regole di questa nostra reale confraternita, non ebbero pensiero d’istituire un monte a profitto delle anime di fratelli dei trapassati. Vari, il vero, se ne sono progettati sino al momento, ma perché non forti del consentimento generale dei confratelli, né quindi forti del regio assenso, son rimasti privi d’effetto. Questa non indifferente lacuna, viene a maggiormente risentirsi nel por mente che tutti noi siamo in un suolo, ove i mezzi di sussistenza da altra sponda non derivano che dalle proprie braccia, le quali alle volte venendoci meno in una certa data età nostra, in morte i nostri parenti si trovano non solo privi del padre del congiunto, ma benanche fra il dolore quelli si veggono andare in busca di mezzi pei dovuti funerali richiesti dalla Chiesa, e dal decoro della propria famiglia, senza potervi d’altronde in alcun conto accorrervi la confraternita, perché priva essa pure di mezzi. Ecco perché il desiderio comune di tutti noi volendo seguire, abbiamo giudicato di formare un supplimento alle regole della reale nostra congregazione, e con essi stabilire un Monte di morti mediante tenuo nostro soccorso, col quale si avessero i fondi per la celebrazione di funerali senza che la famiglia del trapassato avesse ad incaricarsene (38) 

   

     Laddove, a margine, è forse il caso di ipotizzare che questa attività abbia dato un importante contributo allo sviluppo della confraternita, facendola passare dai 400 iscritti del 1830 alle 600 iscrizioni del 1860. L’istituzione di questo Monte, tuttavia, che colmava una “lacuna” molto avvertita nella rete delle attività della congrega dell’Addolorata, si inseriva in un “discorso” intorno alla morte che era stato inaugurato, anche operativamente, prima della creazione del Monte stesso, se è vero che del Monte della Candela si hanno precise tracce sia nel libro dei conti del periodo 1810-1836 che nei registri di esazione di questo Monte per gli anni 1831-1837 (39).

     La lettura del “Regolamento mortuario”, contenuto in una verbale di deliberazione dell’8 marzo 1908, può senz’altro aggiungere altri significativi elementi di analisi (40). Intanto, è subito possibile notare come al diverso status dei fratelli in vita corrispondesse simmetricamente una loro precisa differenziazione, che teneva conto anche delle differenze di sesso, pure post-mortem: “Per numero d’ordine - recita l’articolo 12 del Regolamento - le sepolture per adulti saranno occupate dalle spoglie mortali: a) Dei confratelli proprietari, quelle dei due corridoi di destra e di sinistra; b) delle sorelle proprietarie, quelle della sezione di destra del corridoio di fondo; c) delle novizie e sorelle onorarie, quelle della sezione di sinistra del corridoio di fondo; d) dei fratelli onorari e dei novizi, quelle della sezione di centro del corridoio di fondo”. L’organizzazione del cimitero si trovava, così, a riflettere la struttura dell’organizzazione sociale, della quale, pur con qualche modifica, riproduceva la logica di base, ribadendola secondo uno schema che aveva per architrave la cellula familiare o quei rapporti che, comunque, rimanevano nell’ambito parentelare e in quella forma di parentela elettiva rappresentata dai legami amicali: “Occupato con una cassetta un primo loculo di una nicchia - è previsto all’articolo 17 - questa resterà riservata per la tumulazione dei cadaveri dei congregati appartenenti alla famiglia del tumulato, la quale potrà chiedere sempre alla Commissione di vigilanza che uno, o più posti, della medesima nicchia, siano occupati da avanzi mortali di persone parenti od amiche che devono tumularsi nell’ossario della Congrega. Un congregato che non ha persone di sua famiglia iscritte al Sodalizio sarà considerato solo e le sue ossa saranno tumulate in loculo di deposito provvisorio, in attesa che, assegnata la nicchia a famiglia, che potrà appartenergli per parentela o per amicizia, questa non chiede la traslazione della cassetta”. Ad ulteriore testimonianza dell’importanza della questione c’è il fatto che i successivi articoli (fino all’articolo 29 incluso) non solo continuavano a regolamentare in maniera minuziosa la sistemazione dei loculi secondo un dispositivo “familista” (41), ma, per evitare qualsivoglia equivoco, mettevano in opera “procedure” di identificazione dello stesso concetto di famiglia in modo da prevedere una casistica precisa. La tassonomia che ne derivava era a “maglie larghe” e abbastanza inconsueta, se l’appartenenza ad una nucleo familiare era determinata dal fatto di convivere col capo-famiglia “per parentela o affinità o per amicizia” (art. 29) e lo stesso status di capo-famiglia poteva essere riconosciuto ad una figura diversa dal capo-famiglia effettivo: “Per capo della famiglia - viene detto all’articolo 26 - col quale soltanto la Congrega regola i suoi diritti e i suoi doveri; s’intende quel membro della famiglia stessa che è il più anziano come membro della Congrega e nel seguente ordine: Fratello, sorella, novizio, Fratello onorario, Sorella onoraria, Novizia”. Circostanza, tuttavia, inevitabile se si trattava di prevedere l’eventualità che all’interno di una stessa famiglia, intesa come istituto giuridicamente definito, potessero convivere scelte associative di tipo diverso, che ponevano la confraternita nella necessità di avere referenti certi, legati ad essa da un rapporto diretto.

     Era proprio l’essenzialità della questione a spingere verso una regolamentazione nella quale ogni momento legato alla morte aveva la sua collocazione rigorosa. Da quando la salma abbandonava la propria abitazione si trovava inserita, insieme con il cordoglio privato dei familiari, nelle forme del cordoglio pubblico della confraternita, che si esplicava attraverso modalità e itinerari ben definiti: dalla casa alla chiesa; dalla chiesa della congrega alla chiesetta del cimitero; nel cimitero, con le diverse fasi temporali - a distanza di anni una dall’altra - della inumazione, esumazione e susseguente tumulazione delle ossa. Un controllo sociale della morte da cui non era assente la componente, spirituale ed “estetica” al tempo stesso, del “decoro” della tomba con fiori, lampadine ed iscrizioni, sottoposta - a garanzia della sostanziale omogeneità delle scelte - ad una commissione di vigilanza che ne doveva esaminare gli aspetti religiosi, artistici e perfino linguistici. La buona morte diventava, in questo modo, anche un fatto di purismo letterario, che disciplinava la “corretta” espressione dei sentimenti dei vivi sovrintendendo alle regole della “sintassi” dell’anima (42).

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5. L’Addolorata nel contesto confraternale ed ecclesiale locale

     Sopra un ultimo aspetto è il caso di offrire alcune linee di lettura ed è quello che riguarda i rapporti, non sempre improntati a mutua collaborazione e solidarietà, tra le varie confraternite presenti sul territorio di Serra, per le quali in particolare le feste erano occasione non soltanto per celebrare pubblicamente il culto della propria protettrice e diffonderne la devozione, ma pure per dare traduzione visibile ad una concorrenzialità che spesso si esplicava sul piano della pompa, dello sfarzo, della magnificenza. Potevano essere un momento, tali feste, per affermare, tra l’altro, la propria supremazia, per ribadire o conquistare gerarchie, per misurarsi su un piano di valori al confine tra lo spirituale e il mondano. Ne fu un esempio la lite tra le Congreghe dell’Addolorata e dell’Assunta di Spinetto, durante la Pentecoste del 1899, esplosa per la questione di chi fra esse ad un certo punto del percorso dovesse portare il busto reliquiario di S. Bruno in processione. Questione particolarmente delicata se si pensa al ruolo avuto per tutta l’età moderna dal culto bruniano nella pietà popolare in Calabria e a Serra in modo speciale, una devozione che ha visto nell’antico eremita tedesco, giunto nelle estreme propaggini dell’Italia meridionale sul finire dell’XI secolo, più che il monaco fondatore di ordini religiosi, il taumaturgo, il protettore, il santo “specializzato” nella guarigione dalla possessione diabolica (43). Collocata in questo quadro, la vicinanza fisica al santo era soprattutto un modo per stabilire un rapporto preferenziale con la sua figura, per rimarcare la specialità della sua protezione e ricavarne, nel contesto delle relazioni tra le varie confraternite, un particolare prestigio, quasi il segno di una elezione che circondava chi ne era investito con l’aura del privilegio.

     L’atto ufficiale che dava inizio alla “vertenza” era una lettera che il 24 maggio del 1899, durante il priorato di Giuseppe M. Pisani, informava il vescovo di Squillace, Mons. Raffaele Morisciano, di quanto era accaduto a Serra in occasione della processione di Pentecoste del busto di S. Bruno:

 È mio dovere - scriveva il priore dell’Addolorata - significare a V.E. Rev.ma il fatto più che deplorevole avvenuto qui ieri, in occasione della festa del nostro Protettore S. Brunone, tra la Congrega di Spinetto e quella dei Sette Dolori da me rappresentata. Ella conosce che, tanto per diritto di anzianità, tanto per inveterato costume, l’Arciconfraternita dell’Addolorata ha la preminenza sulle altre. Ora, siccome ieri, dovendosi continuare la processione del lunedì per tornare in Certosa, dalla Chiesa di S. Maria, la statua con le reliquie di S. Bruno, i confratelli dei Sette Dolori, secondo il costume degli altri anni, si presentarono ad assumere il servizio di processione pel trasporto della statua suddetta e delle lanterne dalla Chiesa fino alla località, ove era solito cederlo ad altra congrega. Ma i confratelli di Spinetto si erano già impadroniti di tutto e fecero indecente e chiassosa resistenza. Intervenni io, ma non mi fu possibile sedare la questione. Allora il molto reverendo Arciprete, riconoscendo il diritto della Congrega dei Sette Dolori, impose ai Spinettesi di cedere. Ma questi, disubbidienti, si mettono in ispalla la statua e parlottando irati escono dalla Chiesa, non senza urtare violentemente e villanamente il Sacerdote D. Giustiniano Salerno, che cercava trattenerli. Visto che le cose procedevano così, e considerato che il competere ulteriormente con una Congrega, che di Corpo morale ha solo il nome, era indecoroso e molto compromettente, ordinai che quella dei Sette Dolori non prendesse parte alla processione; ed io e gli altri confratelli ci svestimmo dell’abito. Intanto quella, invero edificante, processione, ove invece di cantar salmi, i fratelli di Spinetto profferivano orrende bestemmie, era arrivata alla Grotta. Fu ivi che per colmare le ire e la indignazione popolare il Cappellano D. Luigi Giancotti ed i sacerdoti D. Giustiniano Salerno, D. Michele Giancotti e D. Vincenzo Regio si decisero prendere loro la statua: ma anch’essi ebbero villana resistenza, anzi un fratello di Spinetto mise mano al coltello ed inveì contro i detti sacerdoti Salerno e Giancotti. Fortunatamente fu disarmato ed il coltello venne consegnato ai Carabinieri (...).

    

     Il 28 maggio successivo il priore della confraternita dell’Assunta di Spinetto, Giuseppe De Raffele, inviava una lettera di chiarimento alla congrega dell’Addolorata, con la quale comunicava i provvedimenti assunti in merito dal proprio sodalizio: “1° Mandar lettera ufficiale a nome di tutti i confratelli, per rinnovare le proteste del nostro affetto e del nostro attaccamento, verso la Reale Arciconfraternita della quale Ella è Capo. 2° Infliggere una severa punizione ai manchevoli, ad esempio degli altri e perrché in avvenire niuno osi più far lo spavaldo o disubbidisca anche menomamente a quelli, il cui ufficio è di comandare. 3° Stabilire un convegno dei tre Priori, per determinare in iscritto, se occorre, le incombenze di ciascun Sodalizio, nelle processioni comuni”. Non tardava nemmeno la lettera del vescovo, che, due giorni dopo, scriveva per sottolineare la necessità di conservare, nelle funzioni comuni delle tre confraternite serresi, “la pratica di consuetudine, anche nelle minuzie, osservando scrupolosamente il solito” (44). La questione si chiudeva, tuttavia, in modo definitivo, soltanto nel maggio 1901, quando, con una sorta di capitolato d’intesa tra le confraternite serresi, veniva riconosciuta la precedenza all’Arciconfraternita dei Sette Dolori e si stabiliva “che viene dopo la congrega di M. Ss. Assunta in Cielo della città; e poscia quella di Spinetto; e ciò per diritto e per antica consuetudine”.

     Non potrebbe mancare, in questo abbozzo, qualche nota dedicata alle relazioni tra il mondo laicale della confraternita e il clero secolare, sicuramente intessute di solidarietà spirituale, di fraternità, di vicinanza scaturita da una condivisione di valori, ma pure sottoposte a tensioni, probabilmente inevitabili in società, come quelle del passato, nelle quali era più forte il senso delle distinzioni sociali. Non per caso, d’altronde, tali tensioni nascevano intorno ai due poli apparentemente diversi della vita “materiale” e del ruolo del sacerdote all’interno della confraternita. I documenti d’archivio conservati presso l’Addolorata di Serra offrono un campionario significativo dei non rari motivi d’attrito tra i due “mondi”, se si va dalle richieste di aumentare i prezzi delle funzioni alle dispute intorno ai “complimenti” (carne vaccina, vino, formaggio, liquori) che spettavano ai preti in determinate occasioni, per finire con delicate vertenze giuridiche riguardo al potere di nomina del Padre spirituale. I “complimenti” in occasione delle feste e gli emolumenti al clero costituiscono, non a caso, un capitolo di spesa stabile e di una certa gravosità, precisamente documentato nei libri dei conti della confraternita tra i primi decenni del XIX secolo e gli inizi del Novecento, quando, in conseguenza di un “concordato” tra sacerdoti e confraternita del settembre-ottobre 1915 che aveva aumentato il costo delle funzioni, le elargizioni gratuite di beni alimentari vennero abolite. Non si trattò, tuttavia, di un passaggio indolore nella vita della congrega, che visse alcuni anni di tensione con un clero locale disposto anche a gesti di rottura pur di salvaguardare le proprie prerogative. Così accadde nel Venerdì santo del 1916, allorché il clero serrese si rifiutò di partecipare alla processione di Cristo morto “perché pretendeva in regalo una bottiglia di fernet”, donazione a cui la congrega dell’Addolorata non si sentiva portata giacché, per effetto del “concordato” dell’anno precedente, tale partecipazione si configurava come “una prestazione di lavoro, per la quale il clero è obbligato”. Da questo momento di grande tensione scaturì la decisione della confraternita di “(...) togliere la deplorevole consuetudine di dare liquori, vino ed altro in Chiesa ai Sacerdoti” e di “inibire (...) al Governo attuale ed ai futuri di dare ai Sacerdoti, ai Sagrestani ed altri, complimenti in carne vaccina, formaggio, vino, liquori, ecc. in ricorrenza di feste” (45).

     Alla luce di una posizione di orgogliosa autonomia è, invece, da leggere la “vertenza” (conclusasi con la bocciatura del ricorso presentato dal sodalizio) che la confraternita ebbe nel 1919 con il vescovo di Squillace, Mons. Giovanni Elli, a proposito del potere di nomina del Padre spirituale, che la congrega rivendicava, sulla base dei propri Capitoli di fondazione, e che l’ordinario diocesano non era, al contrario, disposto a riconoscere, fedelmente al nuovo Codice di diritto canonico. Anche questa vicenda, come altre viste in precedenza, va opportunamente collocata in un contesto più ampio che la accomuna ad analoghe situazioni vissute da altre congregazioni laicali, se - in un suo “rapporto” sulle confraternite calabresi - Maria Mariotti ha potuto sottolineare che “la persistente tendenza alla diffidenza e al distacco rispetto ai vescovi e in genere agli ecclesiastici (...) può avere costituito una difesa da deteriori ingerenze e pressioni clericali stimolando l’iniziativa laicale nel promuovere e dirigere opere di devozione e carità”, non mancando, però, di aggiungere come tale tendenza abbia “(...) favorito anche un processo di involuzione laicistica incoerente con le origini e la natura religiose ed ecclesiali delle confraternite (...)” (46).

     Certo è che il quadro che si ricava dal passato non autorizza interpretazioni a una sola dimensione, convergendo in quella cornice tensioni all’apostolato e verso una più alta vita spirituale, ma, al contempo, pure preoccupazioni molto terrene. Altro e diverso è il problema di capire se sia possibile trarre da tali vicende qualche lezione che possa valere per il presente, un compito, è appena il caso di notarlo, che esula dai limiti di una sintetica nota storica.

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