Regia Arciconfraternita di Serra San Bruno
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Scritto da Maria Teresa Pelaia   
Maria Teresa Pelaia


  All’origine della stesura del testo vi è la richiesta del Priore, signor Francesco Gallè, di scrivere di mio padre (Nazzareno Pelaia). Per questo ho deciso di non riproporre la storia della Confraternita, ma di avviare una riflessione che può essere condivisa da molti concittadini e confratelli
.

Vorrei, quindi, parlare senza dar luogo a protagonismo e spero con il dovuto distacco, cercando di vincere la resistenza del riserbo o del silenzio su di sé.

Vorrei che le mie parole facessero risaltare l’ambiente in cui sono vissuta  e  che il ricordo vada oltre la mia persona  per sollecitare quello di molti altri, favorendo così la ricerca  delle radici comuni.

L’identità è fatta di molte componenti, come la lingua, il timbro delle cadenze, il modo di vivere, le abitudini alimentari, il modo di fare festa, la vita pubblica, l’uso delle strade e dei corsi d’acqua; hanno una precisa identità anche i sentimenti collettivi, quali il modo di accogliere l’ospite, i nuovi nati e di accompagnare quanti se ne vanno. Lo stare insieme crea sensazioni ed eventi condivisi e farli rivivere nello  spazio della memoria, soprattutto per chi come me vive lontano, è come far emergere realtà sommerse, immagini  non sfocate dal tempo.

      Nazzareno PelaiaLa figura di mio padre si staglia nitidamente  nella mia memoria: è stato nella  famiglia sicuramente dominante, un solido punto di riferimento per noi figli. Di carattere forte, affabile e sempre pronto alla battuta e con una cultura costruita su un suo personale interesse per la conoscenza e per i libri in genere. La sua attività di falegname, ereditata da generazioni che lo avevano preceduto – suo padre Luigi , suo nonno paterno Giuseppe, suo nonno materno Salvatore, e così via..- ,abbraccia un arco di tempo ampio e attraversa sessant’anni del Novecento e in un primo periodo ritengo sia stata fortemente legata alla tradizione, a quel modo di lavorare che soltanto gli anni successivi alla Seconda guerra mondiale avrebbero profondamente mutato, anche con l’avvento delle nuove tecnologie e dei   nuovi   modi di produrre quelle opere che  fino a quel momento erano state realizzate in solo legno. Aveva avvertito il cambiamento e , come altri artigiani, introdotto nel suo laboratorio i nuovi macchinari, accantonando in parte quegli strumenti che avevano caratterizzato il modo di lavorare il legno fino ad allora.

     L’artigiano svolgeva l’attività (falegname, fabbro ecc.) nel proprio laboratorio  ( “putiha”), luogo e ambiente che spesso coincideva con l’abitazione e  accoglieva i giovani (“discipuli”) che intendevano apprendere il mestiere.

     In quella di mio padre sono passate intere generazioni di giovani (potrei fare un elenco lunghissimo) che in molti casi hanno intrapreso strade diverse e lontane dall’apprendistato seguito.

     Il “mastro” non forniva soltanto le conoscenze del mestiere, ma attendeva anche all’ “educazione” dei giovani   affidatigli dai genitori e che si rivolgevano a lui con rispetto chiamandolo “summastru”.

     Cosa significa essere artigiano nella Serra degli anni cinquanta e sessanta è facile intuirlo anche in considerazione del fatto che quel boom che aveva caratterizzato soprattutto le regioni del nord, lambisce soltanto il Mezzogiorno. Periodo quindi di grande emigrazione, nuclei familiari che si ridimensionano o che abbandonano completamente il paese alla ricerca di un posto di lavoro. Questo fenomeno colpisce le famiglie contadine, ma anche quelle degli artigiani. Mio padre non volle mai sondare questa possibilità considerandola  per lui non praticabile perché lontana dal suo modo di vivere e quindi di concepire il lavoro. Sicuramente era convinto che il lavoro dell’artigiano e del falegname in particolare, non avesse prospettive nella realtà serrese del momento, tanto è vero che deliberatamente non trasmise al figlio maschio l’arte, il mestiere,  le conoscenze.

     Nazzareno Pelaia nella sua falegnameriaL’artigiano, la sua bottega sono ormai un mondo completamente scomparso nei modi e nei termini che la tradizione ci ha tramandato. Ma cosa ha significato appartenere a questa realtà che a Serra ha avuto una forte e determinante presenza tanto da arricchire il paese di opere di grande pregio, costituendo nello stesso tempo una identità d’arte e di mestieri riconosciuta anche nei paesi limitrofi ed oltre? La comunità serrese è   uno straordinario serbatoio, non solo di conoscenze, ma anche di emozioni e di sensibilità,   di modi di concepire e di vivere la vita delle  generazioni che furono e che, ci si augura,  sono e saranno.

     Le botteghe artigiane del passato erano la sede dove sviluppare le competenze dove testa e mano erano collegate e il rapporto con la materialità della vita era saldo. Il lavoro artigiano contiene quell’etica di cui ancora oggi abbiamo bisogno non solo perché è mosso  dalla curiosità , sa temperare, ma anche perché esso si svolge all’interno di un contesto di cooperazione, non di esasperata competizione individuale, una   cultura materiale che  non ha niente a che vedere con la cultura consumistica, perché riguarda il fare, nel senso di poesis , non il comprare.

     Collaborare più  che competere è il metodo migliore per sviluppare le competenze, eliminare le disuguaglianze e infine ridare impulso allo stretto rapporto da sempre esistito tra artigianato ed arte,   in passato fortemente collegati, oggi non più.

     Crescere in uno spazio vitale fervido di attività quotidiane, un piccolo mondo con spazi   minuscoli,  intrecci di  case,  di chiese, di piazze, di fontane in cui si  custodisce un  patrimonio  inestimabile di civiltà, lascia segni profondi. Ogni rione aveva una sua precisa identità e costante era la presenza della bottega dell’artigiano.

     L’appartenenza in particolare a questa realtà significava vivere eventi e vicende in maniera diretta, per esempio la partecipazione alla vita della Congrega era un tutt’uno con questo modo di vivere, tutto entrava in casa per uscirne rinvigorito dall’impegno e dalla passione che questo rappresentava. Le funzioni religiose ordinarie così come la festa di Maria SS Addolorata, le celebrazioni della Pasqua erano frequentemente seguite con ansia da tutta la famiglia perché la preoccupazione della riuscita specialmente quando mio padre faceva parte del seggio, era una costante; non solo,  attese per circa trent’anni alla composizione della “naca” che avrebbe accolto, durante la processione del sabato santo, il bellissimo Cristo morto.  Percependone l’effetto estetico aveva modificato l’antico modo di addobbare il “letto”,  introducendo l’uso delle stoffe e creando i supporti necessari per rendere aerei i movimenti dei drappeggi; e ancora nella celebrazione domenicale preceduta dall’Ufficio, accompagnava i fratelli cantori con l’organo.

     La sua partecipazione alla vita associativa era stata anche rafforzata dalla profonda conoscenza che aveva dello Statuto, dei regolamenti e anche delle vicende che avevano caratterizzato la vita della confraternita , acquisita sia attraverso la lettura dei documenti giacenti nell’archivio, sia perché molti episodi accaduti erano stati tramandati oralmente . E’ con questa conoscenza e passione che mio padre mi fece accostare ai documenti , quasi con venerazione e forte discrezione, cosciente dell’importanza rivestita da questo patrimonio documentale che contiene ancora oggi la storia dei nostri antenati  e che è anche  la nostra.

     L’appartenenza della mia famiglia alla confraternita, come emerge dai documenti d’archivio, può essere fatta risalire al 1794  anno in cui in un registro viene riportato il nome Pelaja Salvatore morto il 5/02/1849. I nomi degli iscritti spesso erano affiancati dal soprannome, pratica molto diffusa e che meglio identificava la persona anche in caso di omonimia.  [nel “Libro dé fratelli arrolati nella Reale confraternita di M. SS. Dei Sette Dolori (1738- 1898)].

     E’ ormai nota la storia che riguarda la nascita della confraternita e la sua organizzazione, ma resta ancora insondato l’ apporto che i confratelli, in maniera disinteressata, hanno dato al suo funzionamento e al perpetuarsi di quelle tradizioni tramandate di generazione in generazione. D’altro canto tutte le opere racchiuse nella chiesa dove i confratelli officiano furono realizzate attraverso le sottoscrizioni volontarie dei confratelli, le maestranze che vi lavoravano erano confratelli e molte volte prestavano la loro opera senza remunerazione alcuna.   Ciò è accaduto anche per le altre chiese del nostro Paese e rammento  che il contributo era anche femminile, donne chiamate a svolgere talvolta mansioni pesanti. A questo proposito giova ricordare che il ruolo delle donne nelle famiglie serresi era determinante perché non attendevano  solo  alle mansioni tipicamente  domestiche, ma, soprattutto in quelle  artigiane, realizzavano con grande abilità tessuti al telaio, paramenti sacri di grande pregio e valore artistico. Nella stessa famiglia di mia madre le zie , morte centenarie, avevano elaborato disegni complicati (“sette lizzi”) per le coperte da realizzare al telaio con fili pregiati, quali seta e  calamo. Queste mansioni sono state considerate spesso secondarie, meno ricche di “mestiere” e poco sottolineate nella storia del lavoro, forse perchè stimate come strettamente dipendenti alla funzione femminile.

     Raccontare   di mio padre credo sia stato un modo per raccontare di molti altri  che con lo stesso zelo e la stessa passione hanno contribuito a sostenere questa congregazione proiettandola nel tempo. E l’elenco di nomi , passati e presenti, che mi sono familiari, ancora una volta, potrebbe essere lunghissimo.

     Nella loro storia i paesi sono il luogo dove le tradizioni sedimentano, ma anche ambiti dove le azioni degli uomini possono determinare la crescita e aprire al nuovo.

     Le comunità anche nel continuo ricambio  dei loro membri , resistono al tempo credo anche grazie all’eredità di chi ci ha preceduto. Eredità soprattutto simbolica, fatta di speranze, di idee, di sogni, di principi; le istituzioni comuni esprimono la vita, la storia, sono il collante, contribuiscono alla trasmissione anche orizzontale delle tradizioni, degli insegnamenti che passano attraverso le parole e i comportamenti. E’ come vedere altri sé in cui specchiarsi.

     Quanto ho scritto vuole essere  una  riflessione su sentimenti personali , una definizione di identità culturale e di appartenenza anche se questa operazione, a tratti, rischia di essere una rappresentazione distorta , deformata dall’affetto  e dalla nostalgia.