Regia Arciconfraternita di Serra San Bruno
Le Sculture PDF Stampa E-mail
Scritto da Serena Lagrotteria   
Serena Lagrotteria

    

Dopo tre secoli caratterizzati dalla presenza dei cistercensi a Serra,col ritorno dei certosini agli inizi del Cinquecento, riesplose il culto di San Bruno. La Certosa fu interamente ricostruita e il cantiere aperto attirò moltissimi, tra artigiani e artisti, per lavorare agli edifici che progressivamente venivano completati. Grazie ai moltissimi maestri provenienti da tutt’Europa, Serra visse un periodo d’oro per il fervore dell’attività e per l’acquisizione, da parte della popolazione, di nuove conoscenze tecnico – artistiche. Tant’è che questi stessi maestri si avvalsero, per l’esecuzione delle loro opere, delle maestranze locali, che stavano diventando sempre più qualificate e capaci. La loro presenza, il loro esempio e l’apprezzamento da parte dei certosini e delle persone versate nel campo dell’arte, favorirono la prodigiosa fioritura di tali attività tra i serresi, che da allora si dedicarono in gran parte all’artigianato rendendo Serra uno dei maggiori centri d’arte e d’artigianato della Calabria, specie nei secoli XVI, XVII e XVIII. Infatti nel Seicento e nel Settecento si videro opere di grande rilievo in ogni campo, ma quello religioso ebbe gli oggetti più originali nei magnifici argenti, calici, ostensori, croci, candelabri, porte per tabernacoli e decorazioni d’altare in diversi metalli, anche grazie alle numerose vocazioni sacerdotali che portarono molti serresi alle più alte cariche della gerarchia ecclesiastica. Inoltre, gli artisti chiamati alla Certosa tra la fine del XVI e gli inizi del XVII secolo lasciarono, tra le altre cose, moltissime opere di pittura e scultura, che in parte furono distrutte dal terremoto del 1783 e in parte, dopo il loro recupero sotto le macerie, furono conservate nelle chiese di Serra. Quello su cui mi vorrei soffermare, in particolare, sono le sculture lignee conservate all’interno della Chiesa dell’Addolorata, ma prima di parlarne dettagliatamente, vorrei fare un discorso in generale su quella che è la scultura in legno, le tecniche di realizzazione ed i metodi di conservazione e restauro.

     La scultura in legno, come quella in pietra, non presenta, sul piano della tecnica artistica, un’evoluzione particolarmente appariscente.
     Del resto, il legno, tra i materiali usati in scultura, è quello che per le sue caratteristiche fisiche si avvicina maggiormente alla pietra. Infatti, il legno è rigido e non può essere plasmato come la cera o l’argilla, ma soltanto scavato e intagliato, cioè asportando porzioni di materia. Inoltre, poiché ogni modificazione apportata ad un materiale duro e rigido è definitiva in quanto è possibile solo togliere materia e non aggiungerne, anche la scultura in legno, come quella in pietra adottò presto il procedimento del riporto delle misure da un modellato di cera o di argilla, che evitava i rischi della modellazione diretta. Rispetto alla scultura in pietra, quella del legno presenta dei gravi limiti che spiegano la discontinuità del suo sviluppo e il suo scadere ad arte “minore”. Innanzitutto le dimensioni limitate del blocco ligneo, cioè il tronco, impongono, nelle sculture di medie e grandi proporzioni, la lavorazione di più pezzi separati da montare in un secondo tempo. Ma sono soprattutto le qualità intrinseche della materia a caratterizzare negativamente il legno come materiale scultoreo. Infatti, il legno, presenta sempre variazioni di colore, nodi e venature, piccole cavità e a causa della sua struttura non omogenea ma a fasci di fibre rivolti in una sola direzione, deve essere lavorato in modo uguale su tutta la superficie con tagli netti e precisi. La necessità tecnica del rivestimento policromo, ha condizionato in maniera decisiva l’evoluzione della scultura lignea. La produzione scultorea in legno del mondo antico, è andata quasi completamente perduta a causa della deperibilità del materiale usato, di natura organica e quindi sensibile all’azione dell’umidità e degli organismi animali e vegetali. Del resto, l’importanza del legno, andava molto al di là della produzione di sculture lignee vere e proprie: infatti, anche la scultura in lamine di metallo battuto è in realtà scultura in legno, in quanto la lamina veniva adattata meccanicamente ad una matrice di legno e poi applicata ad una struttura definita pure di legno; in genere, tutta la scultura arcaica in lamina d’oro e d’argento, in avorio e in materiali diversi combinati tra loro consisteva nel rivestimento di una scultura lignea intagliata.

   Al naufragio della scultura in legno del mondo antico sopravvivono, le sculture dell’antico Egitto, che il clima straordinariamente asciutto e uniforme ha mantenuto in ottime condizioni. Si tratta non soltanto di mobili, ma soprattutto di statue a tutto tondo, qualche volta di grandezza naturale o superiore al naturale, e di un gran numero di statuette tra cui spiccano quelle vivacissime dei servi. Nelle statue di dimensioni maggiori il corpo, l’avambraccio e il braccio erano lavorati separatamente e poi uniti ad incastro. Poi la superficie del legno veniva ricoperta con uno strato di stucco, che faceva da supporto al colore. I legni più usati sono quelli di media durezza, resistenti al tarlo e meno sensibili alle variazioni di temperatura e di umidità, come il noce e il cipresso, la quercia, il tiglio e il pero; oppure legni dolci, cioè teneri e leggeri, ma resistenti al tarlo perché resinosi, come il pino, il larice, il pino cembro. La statua viene ricavata preferibilmente da un solo blocco di legno o da un solo tronco, spesso svuotato internamente perché il midollo non trattenga l’umidità (nelle statue destinate ad una visione frontale, l’incavo è spesso lasciato in vista sul retro); soltanto alcune parti più sporgenti, come le braccia del Cristo crocifisso o la mano benedicente della Madonna, vengono aggiunte ad incastro. Terminato l’intaglio, la statua viene rivestita con uno strato di gesso di spessore variabile che serve da preparazione al colore; spesso viene anche “impannata”, cioè ricoperta con una tela sottile, incollata direttamente sulla superficie del legno, che a sua volta fa da supporto al gesso e ha la funzione di attenuare la differenza di elasticità tra questo e il legno, causa di screpolatura e di caduta del colore. I colori usati per dipingere le sculture lignee erano quelli del tipo a tempera. Spesso l’incavo interno della statua era utilizzato come teca per le reliquie; altre volte la statua era rivestita con abiti di stoffa e ornata da gioielli. La scultura lignea policromata, continua a produrre esiti altissimi nel Quattrocento italiano, dove spicca il nome di Donatello. Essa ha la sua massima diffusione in Spagna nel Seicento e nei paesi tedeschi e slavi nel Settecento. Ma con l’avvento del Neoclassicismo la scultura lignea cessa di avere un senso quasi dovunque in Europa. Soltanto nel nostro secolo il legno torna ad essere impiegato in scultura, ma non viene più colorato, bensì valorizzato nelle sue qualità intrinseche di struttura, vena, fibra e colore, come avviene di tutti i materiali impiegati nelle altre tecniche artistiche. Passiamo ora ad analizzare quelle che sono le tecniche di conservazione e restauro. Diciamo innanzitutto, che il legno, come sappiamo, viene attaccato da organismi vegetali, come le muffe che ne provocano la putrefazione, o animali, come le termiti e soprattutto il tarlo. Già nel mondo antico si cercava di ovviare a questi inconvenienti scegliendo con cura il legno tra le qualità più resistenti , lasciandolo stagionare sottoponendolo a trattamenti particolari, come il bagno in oli essenziali, il rivestimento con il bitume… I legni più esposti all’attacco delle muffe e degli insetti, sono naturalmente quelli dolci non resinosi. Ma il nemico più pericoloso del legno è rappresentato dalle variazioni di umidità: infatti il legno, aumenta o diminuisce di volume a seconda che assorba o perda umidità. Si formano così sia fenditure longitudinali nel senso della fibra, sia deformazioni. Particolarmente gravi sono le conseguenze di questi movimenti del legno sul rivestimento di gesso e di colore e sulla doratura. Per questo le sculture lignee, vanno conservate in un ambiente che presenti un grado di umidità e una temperatura costanti. Problemi diversi presenta invece, la conservazione di legni che sono rimasti sempre in ambienti molto umidi, come il terreno o le torbiere, o che provengono dal fondo del mare o dei laghi. In questi casi bisogna evitare che un essiccamento rapido provochi la deformazione o addirittura la distruzione del reperto. I metodi usati sono diversi: i principali consistono nell’asciugare lentamente il legno in ambienti gradualmente deumidificati; nella sostituzione dell’acqua che tiene gonfie le fibre, con materiale solido inerte (bagno in allume sciolto in acqua); nell’indurimento del legno mediante un bagno in alcool o in etere riscaldati,ecc..

   Dopo aver fatto una sintesi di quella che è in generale la scultura in legno, posso ora passare a quelle che sono le opere presenti all’interno della nostra Chiesa, anche se, purtroppo, non mi è stato molto facile reperire delle informazioni a riguardo, in quanto non vi è una dettagliata documentazione.

   All’ interno della Chiesa dell’Addolorata, sono conservate alcune opere seicentesche di scuola napoletana; spiccano nella navata centrale, quattro medaglioni, scolpiti a bassorilievo raffiguranti, San Bruno, San Gennaro, San Pietro e San Paolo, di scuola napoletana del XVII secolo, dei quali i primi due sembrano essere di mano diversa rispetto agli altri.

   Tra il 1635 e il 1650 fu eseguito, da Cosmo Fanzago e Giovanni Andrea Gallo, l’altare maggiore, opera in marmi policromi intarsiati con applicazione di bronzo dorato, profusamente ornata di statue barocche. Si tratta del grande ciborio certosino in marmi mischi proveniente dalla chiesa conventuale della Certosa di Santo Stefano del Bosco. Le sculture furono fuse, dorate a mercurio e cesellate, su modello di Cosimo Fanzago, da Raffaele Maitener, tedesco, e Sebastiano Scioppi, a cui si aggiunse il fiorentino Innocenzo Mangani, allievo del Duquensnoy, alla fine della realizzazione del progetto ed il quale realizzò anche la portellina in argento raffigurante il “ Buon Pastore” .

   Agli stessi autori si devono anche quelle che arricchiscono il tabernacolo templiforme realizzato a commesso di pietre dure (malachite, lapislazzuli, agata e occhi di tigre). Distrutto dl terremoto del 1783, il gran ciborio venne adattato alle piccole dimensioni della chiesa dai bravi architetti serresi Domenico Barillari e Domenico Barillari di Gaetano, insieme a numerose maestranze di scalpellini, marmorari fonditori ed ebanisti. Anche la splendida pavimentazione marmorea della chiesa dell’Addolorata, in parte ad “opus spicantum”, ha la sua interessante vicenda storica. La ricerca, eseguita da Alfonso Frangipane, mise in luce le molte relazioni esistenti tra le Certose di Santa Maria degli Angeli e di Santo Stefano del Bosco: <<Esport. In Calabria – 8 Giugno 1564 – Un pavimento di marmo antico, da Roma alla Certosa di Serra, di Santo Stefano del Bosco dell’ordine cartesiano, per la chiesa Certosina>>. Il pavimento montato durante i primi anni del XVII secolo nella chiesa conventuale venne rimosso in seguito al terremoto del 1783, salvato e sottratto alle mani di coloro che, senza scrupoli, giorno dopo giorno, saccheggiarono il dirupo monastero, e fu montato nella chiesa Addolorata nel 1835.

   In questo stesso tempio, si rimase colpiti dalla bella statua lignea raffigurante Maria Santissima Addolorata fatta scolpire a Lucca dal vicario Don Onofrio Pisani dopo la costruzione, avvenuta nel 1694 dell’Arciconfraternita dei Sette Dolori.

   Nella stanzetta laterale destra, detta di Santa Lucia, sono conservate tre statue lignee delle quali una raffigura Sant’Anna, opera di Raffaele Vinci, una Santa Lucia opera di Vincenzo Zaffino e il seicentesco Cristo morto, proveniente dalla Certosa, alto quasi due metri, che viene portato in processione la mattina del Sabato Santo su di un’artistica “naca” che ogni anno cambia forma e colori secondo la fantasia e l’estro dei suoi realizzatori; nella statua del Cristo morto si può osservare la suddetta tecnica dell’incastro delle braccia usata nella realizzazione delle sculture lignee. A sinistra, di fronte alla sagrestia, la balaustra dell’organo, in marmo traforato, impreziosito dagli stemmi certosini con gli attributi di Santo Stefano e San Giovanni Battista, è un capolavoro seicentesco proveniente, anch’esso dal dirupo monastero.


Bibliografia

  • Serra San Bruno e la Certosa, guida storico – naturalistica, Ceravolo T., Lucani S., Pisani D.;
  • Novena 1863, Letizia G. (a cura di) 1985, La Platea, Cronistoria di Serra San Bruno, Tip. Mele, Serra San Bruno; Novena, Vincenzo Manfredi, Napoli.
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